Vinicio Capossela – racconto di un autografo

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Finisce anche il bis. Saluta, ringrazia il pubblico, il gruppo e con loro lascia il palco. Il fonico passa orizzontalmente l’indice sulla gola rivolto verso il mixer in fondo la sala: si è finito. Bello, ma non può finire così. Io voglio almeno salutarlo. Intanto saluto chi era con me e doveva andare, annuendo alla domanda se mi fermassi ad aspettare. Vedo del movimento vicino al palco, andiamoci, non sì sà mai. Nulla di che, erano solamente le trattive di due ragazze di riuscire ad accedere al camerino: sembra ci sia possibilità. Non rientro certo nella schiera di persone affette da isterismo da fan. Ho senza dubbio degli artisti preferiti, come chiunque, che seguo assiduamente, di cui sò tutto, ho tutto, ma non per questo devo parlare usando le parole delle loro canzoni ne arrivare ad essere quanto ci sia di più vicino allo zombie di una groupie. Non sono un fanatico esagerato in niente, o comunque mi controllo bene. Ci si mette ad aspettare. Una quindicina di persone. Bisogna aspettare, non si sà quanto non sì sà se lo si vedrà, solo aspettare. Il bodyguard del camerino del locale concede, tra un aneddoto e l’altro, di fumare per ingannare l’attesa. Appoggio la giacca, prendo il tabacco e ripenso al concerto.

Era la prima volta che assistevo di persona ad un live di Vinicio Capossela. Incantevole. Sono più a favore delle “versioni studio” quando voglio ascoltare un artista, mi piacciono i live ma prediligo le registrazioni per la purezza dei suoni, partendo dal presupposto che i suoni sono incisi e pesati in modo da trasmettere le esatte sensazioni che l’artista vuole comunicare, ma quell’uomo con la voce da pirata mi ha fatto rendere conto di essere stretto e sprecato in una registrazione. La vera essenza della musica di Capossela è quantomeno intuibile solamente limitando le barriere sensoriali.
Iniziato a ritmo incalzante, lo spettacolo (perchè di spettacolo si tratta) rompe il “silenzio” con tono fiero ma non privo di un atmosfera che stride contro la quotidianità e la regolatezza cui la maggior parte di noi è abituata, ragion di più il lunedì quando hai il peso grigio e la prospettiva sbiadita di una settimana attaccata al collo come una scimmietta che deve ancora iniziare ad agitarsi. Suoni, parole, azioni e movenze in chiave Rebetiki, così coinvolgenti che un ora scivola via  subito e prima di rendertene conto ti ritrovi catapultato in un mondo quasi parallelo, una dimensione a metà tra il fiabesco e il crudo reale, dove luci e atmosfere ritagliano angoli fumosi dove gangster, un gitani, un marinai, sognatori, pirati e saltimbanco suonano e portano ai vecchi fasti strumenti vissuti, modificati, ibridi e dimenticati.
Ogni canzone è un crescendo di consapevolezza dell’essere umano, un passo in più all’interno di un viaggio che parla tanto di visioni e sensazioni lontane quanto dell’intima e grottesca sensazione dell’uomo che si tormenta l’animo. Il male, il bene, il sogno, i sensi, la vita, la morte, il coraggio e la paura in un ordinato ma psichedelico bombardamento di sensazioni che Vinicio trasmette in maniera diretta, verista, annegando la fatica e forse i pensieri di un’introspezione pubblica nella bottiglia presa dal minibar ricavato nel pianoforte. Luci rosse che si alternano a flashate bianchissime sottolineano la lotta interiore dell’artista, dell’uomo, quando il ritmo si fà più insistente. Luci calde sul volto dei suonatori e alcune lampade pendenti dal soffitto riportano alla realtà, al materiale, al “piano-bar”, alle spalliere in legno della quinta, al fumo, alle parole. Un vero artista, irrequieto, contrapposto, che conclude, se ne và ma ritorna per un bis fatto di un ritmo così incalzante che prima di mezz’ora non riesce a concludere, con una maschera cornuta in volto e una tempesta ricreata da strumenti sudanti. La sensazione che ti trasmette, forse banale ma per me inaspettata è che Capossela in tutto questo sia sul palco a divertirsi, a suonare per il piacere di farlo come se fosse nella sua cantina con gli amici, lui è tutto questo e francamente se ne frega se ti piace, lui gode e soffre suonando, cantando, ballando. Una meditazione dinamica.

Il buttafuori ci intratteneva spiegando che è un caso raro che un artista lasci perlomeno il dubbio di incontrarlo, altri al suo posto, in quel locale, non avevano nemmeno concesso foto a distanza ravvicinata parlando di diritti d’immagine, o peggio si erano infilati in macchina appena appoggiata la chitarra a terra. Una mezz’ora e arriva l’ok dal camerino. Dieci per volta. Rimango nel secondo scaglione, attendo, scendo e dopo una decina di minuti sbuca Vinicio dal corridoio con fare calmo, mi avvicino visibilmente imbarazzato. Lui lo sembra più di me. “Ciao”. “Ciao”. Mi stringe la mano, poi con l’altra reclama il libretto della sua Studio Collection con la sua biografia e alcune foto. “Che cos’è?” mi chiede incuriosito. “Ah, non l’avevo ancora vista…è bella?”. “Bè se è veritiera…” rispondo io mentre mi rendo conto di aver  già sprecato il primo scambio di battute per una cazzata, ho le stesse facoltà mentali di Homer Simpson davanti ad una ciambella. Passi tanto di quel tempo a immaginarti una scena del genere che quando ti capita davvero ti stordisce come un dritto al naso. Non riesco ad aggiungere altro. “A chi?”, mi chiede. “Ehm…cosa? Ah, Alessandro. Posso fare anche una foto?” (ecco ora gli sembrerò il classico vippomane). “Mhm.. non mi piacciono tanto le foto”. Desisto. “Però ti disegno un occhio…” aggiunge lui portando il dorso della mano al volto e aprendo il palmo. Rimango basito, mi porge il libretto con il fare calmo di una maestra che si aspetta una domandina facile facile dall’alunno ma riesco solo a stringergli di nuovo la mano borbottando un “bravissimo” e mi allontano scioccato dalla sua semplicità e cordialità. Non c’era fretta, ma non ho saputo far altro. Che artista.

 

 

 

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