Nepal #4: Pokhara.

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Verso Pokhara.
Sono le 5. Sono sveglio. Il liquore casalingo di ieri sera mi ha provocato una serie di incubi/allucinazioni, in realtà il suo effetto dovrebbe essere quello di curare le ferite, ma in ogni caso non avrei dormito più. La vita a Kathmandu inizia prestissimo, qualsiasi giorno sia, e se non saranno i muratori del cantiere vicino a svegliarti, ci penseranno i piccioni, oppure i corvi: non se ne capisce il motivo ma “cantano” per delle mezz’ore filate. Altrimenti c’è sempre la vicina a darti il buongiorno mettendo a tutto volume una strascicata melodia indiana. Insomma Kathmandu sembra proprio volerti in piedi, di buon ora, non c’è un cazzo da fare.
Osservo il soffitto: devo proprio avere un espressione buffa, quella di una persona assonnata che piano piano realizza di essere in realtà a migliaia di chilometri da casa e che quel rumore non è il vicino che anche oggi ha deciso di tagliare legna mentre la moglie taglie l’erba.
Scendiamo nel cortile per una colazione veloce solo nel consumarla, perché la preparazione, anche qui non se ne capisce il motivo, ha un tempo tecnico di almeno 12 minuti per qualche fetta di pane e del the. Prasha, il driver ci attende già: ci aspettano 200 km verso Pokhara.
Ha 26 anni e dice di sapere l’inglese ma và in crisi alla parola “eat” quindi, mancando le basi per una conversazione, il viaggio diventa una lunghissima silenziosa meditazione scrutando il paesaggio surreale, evocativo e bellissimo che sembra ripetersi all’infinito fuori dalla valle: montagne con vegetazione tropicale, risaie a gradoni, vallata, fiume, grande paese con cane che attraversa mentre la mucca pascola e un bus è in panne, baracche isolate, folta vegetazione montana tropicale, risaie a gradoni eccetera eccetera.
I villaggi e assembramenti di baracche lungo la valle si concetrano intorno all’unica strada esistente, quella che percorriamo, con gli abitanti che lavorano, passeggiano, chiaccherano o si riposano lungo i bordi della carreggiata, è come guidare a fianco di un grandissimo acquario. Una ventina di metri oltre il bordo strada solo scenari: prati, risaie o montagne.

Il viaggio sembra interminabile forse anche a causa dei tappettini di lana sui sedili. Dopo circa tre ore, ci fermiamo in un ristoro locale: una piazzola di sosta con un mercato di frutta, fiori e verdura, un negozietto di bibite e snack e una casetta trasformata a trattoria: Prasha non capisce e sparisce in un altra sala per mangiare da solo in fretta e furia. Malgrado la diffidenza di Elena ordino dei momo e degli involtini vegetariani ma Prasha sta già fumando e faccio mettere tutto in un sacchetto. Si riparte, cerco di spiegare al driver che avremmo potuto mangiare insieme ma non c’è verso di capirsi, le poche cose su cui riusciamo a interagire in inglese sono i tempi e le distanze dopo che ne ho capita la rispettiva pronuncia: “killom” e “milts”. Provo a porre delle semplici domande sui più svariati argomenti dettati dalla curiosità di Elena (che nel frattempo superata la diffidenza causa fame addenta gli involtini) ma Prasha mi guarda, sorride e scuote il capo.
Passano così altre tre ore e alla fine ecco, finalmente, Pokhara: affacciata sul lago Pwena, un piccolo tempio sull’isolotto, una sola strada asfaltata, bufali accucciati agli incroci, un assembramento di negozietti sul lungo lago, e finalmente aria pulita. Passeggiando sul lungolago incontriamo un olandese che si è trasferita lì e vende piccoli gioielli fatti con pietre più o meno preziose lungo la passeggiata. Oltre a lei, qui, forse perchè Pokhara è più piccola e più tranquilla, si notano diversi stranieri e turisti. Quando ci si riconosce, tra viaggiatori, c’è sempre un occhiata d’intesa, quasi a volersi dire che “si ti capisco”: è incredibile come si snobbi lo straniero a casa propria e come invece in un paese molto lontano e diverso e in cui ti senti culturalmente la pecora nera, qualsiasi altra persona del vecchio continente ti risulti familiare, rassicurante.
È ormai sera e la strada principale si illumina con le luci dei locali e dei negozi che fanno a cazzotti con le vie laterali buie, in cui cani, mucche e persone locali ti osservano davanti a baracche grandi come garage di città e in cui vendono polli, ballano, giocano, bevono. Percorrendo il lungo lago la scelta ricade su di un ristorante con cucina anche continentale per spezzare l’abbondanza di spezie piccanti e curry dei giorni precedenti. Li vicino, in una piccola bottega tibetana contratto per alcuni oggetti locali soffermandomi poi a parlare con il proprietario, giovane e disponibile, che mi chiede un consiglio su quale ramo dell’informatica far studiare al fratello. L’aria un poco più fresca concilia il sonno, interrotto ogni tanto dai tuoni portati da un diluvio che neanche Noe.

Secondo giorno
Alla sveglia delle 4, sta ancora tuonando così la previsione di vedere l’alba, sul monte vicino, sfuma e torno a letto per qualche ora. Krisna, un driver locale, si offre di portarci in giro per i dintorni di Pokhara. Si inizia con un po di trekking, salendo allo stupa della Pace. Il diluvio ha fatto franare tutto, la strada è impraticabile e malgrado i militari ci intimino di non proseguire, incontriamo un anziana del luogo, che con un bastone e uno zaino in spalla fa strada su di un sentiero che vede solo lei. Il tempo le da ragione, dopo due ore siamo in cima, ci saluta e prosegue verso casa sua con il guadagno del latte venduto al paese di prima mattina. Purtroppo è nuvolo, si intravede giusto una cima dell’Annapurna e il tempio è chiuso, quattro persone del luogo hanno perso la vita durante la notte e i militari preferiscono non rischiare altri incidenti sbarrando la strada. Il sentiero fatto per salire non è più percorribile a ritroso così scendiamo attraverso le risaie a gradoni, verdi, dall’acqua arancione, palme e piccole baracche di allevatori. Fa molto alla ricerca della pietra perduta. Dopo altre due ore di cammino e alcuni pezzi di strada guadati siamo di nuovo a valle.
Anche le cascate Devi, alimentate dal monte, sono aperte solo per metà, la quantità d’acqua che vi si riversa è impressionante, tanto da coprire quello che normalmente è il punto di osservazione sicuro.
Krisna ci porta a Tashiling, un campo di rifugiati tibetani, dove la vita trascorre lentissima e silenziosa con un sottofondo cantilenato proveniente dal monastero dove i monaci pregano. Quattro anziane signore, sedute a terra sotto un porticato, preparano quello che diventerà il filo per tessere i tappeti che vengono lavorati su vecchi filatoi a mano. Qui trovo un bracciale in bamboo di ottima fattura in cui si vedono bene i cosiddetti “occhi”. Krisna ci acocmpagna nella parte più antica di Pokhara. Qui Sorge un tempio indu da dove si vede la catena dell’Annapurna e tutta la città. Ci mostra un albero sacro, dove crescono i frutti i cui noccioli sono chiamati “lacrime di Shiva”e con cui vengono fatti i tipici braccialetti indu che si dice portino benessere sia al corpo che alla mente. Raccoglie un frutto caduto ed entra in un piccolo bar rimanendoci per un minuto circa. Con molta umiltà e nessuna una parola è andato a pulirlo per regalarmene il nocciolo, la lacrima, come segno di buon auspicio. Affittiamo una zattera di legno fatta da due barchette unite da delle assi per visitare il tempio indu sull’isolotto, il cielo è schiarito così finiamo la giornata tra momo e birra osservando il tramonto mentre Krisna racconta di suo padre arruolato nell’esercito britannico d’istanza in oriente, della sua infanzia in India e delle usanze del luogo sorseggiando vodka. Lo lasciamo con la promessa di ritentare l’impresa di vedere l’alba il mattino seguente e ci buttiamo in un locale turistico insieme a Prasha, incontrato per strada. Riso fritto e mombucha, un bibita corroborante fatta di ginger, the verde e altri intrugli. Alle dieci le strade e i ristoranti si svuotano e andando a dormire, ci imbattiamo in gruppi di locali che danzano praticamente al buio nelle vie secondarie, sono i primi festeggiamenti per i cinque giorni del Tiche, il festival indu della donna.

Terzo giorno
Le danze e la musica Tiche sono andate avanti tutta la notte. Sono le 4.30 e la sveglia suona per l’alba a Sarangot.
Scendiamo in strada, gli unici svegli sembrano essere i topi che si aggirano tra gli scoli. Krisna arriva addormentato e ci conduce verso la montagna. È buio pesto, non esistono lampioni, ma sulla strada decine e decine di persone corrono, fanno esercizi o passeggiano: anziani, giovani, e persino donne sole. Qualcuno ha una torcia, qualcun’altro sembra non averne bisogno. Arriviamo a Sarangot, siamo dentro ad una nuvola. Malgrado l’attesa alle 6 piove e Krisna ci riporta indietro, lo saluto a malincuore augurandogli buona fortuna. Qualche ora di sonno, una mini colazione e si parte per Bandipur, non prima di essere passato di nuovo per Tashiling ad acquistare un tappeto per mamma: le piacciono tanto, ma davanti a tanti esemplari perdo la cognizione di quali misure possano essere adatte. Devo anche trasportarlo e imbarcarlo in aereo. Panico. Dopo aver messo a dura prova la pazienza tibetana accendono il generatore e pago (niente sconto niente contanti, questione di principio, anche perchè proprio simpatici non erano a dirla tutta).

Il Tiche continua e sulla strada verso Bandipur ci imbattiamo in un tendone affollato da donne Nepalesi vestite in gran festa, due presentatori sul palco e addirittura un cameraman.

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