Nepal #3: la valle.

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Dakshinkali: il fiume a fianco del tempio

Dakshinkali: il fiume a fianco del tempio

Ras ci accompagna attraverso un impervia strada di montagna dove la città e il suo traffico lasciano posto alla foresta e al silenzio. Mano a mano che ci si allontana da Kathmandu le case sono sempre meno, di tanto in tanto qualcuno a piedi, accompagnato da animali o con carichi enormi sulle spalle. Arriviamo a Dakshinkali, luogo di culto indu dedicato alla più sanguinaria tra le divinità indu, Kali, incarnazione di Parvati. Un luogo che sembra quasi essere tenuto segreto dalla montagna e dalla vegetazione. Ras accosta e ci indica di proseguire a piedi. Una silenziosa strada sterrata, ai bordi alcune baracche, al termine una lunga scalinata scende tra la fitta vegetazione verso il fiume. Siamo gli unici stranieri e la gente, in silenzio, osserva ogni nostro passo. Scendendo i gradini si scorgono due anziane che salgono facendo diverse pause a causa del peso del sacco che portano sulla schiena e un Sadhu addormento più sotto. Ecco il fiume, dalle tonalità rossastre e gli argini erosi. Tra decine di campane e corvi e piccioni sorge il tempio dove diverse persone sono in fila pronte a fare la loro offerta. Tra questi un uomo porge una gallina che il guardiano sgozza con un coltellaccio, e lasciando cadere il sangue la restituisce liberando le mani per fiori e incensi che un bambino, in coda, stava pazientemente aspettando di offrire. Per quanto risulti naturale ai presenti, l’atmosfera è surreale: una gola nella foresta, il silenzio riempito solo dal rumore dell’acqua e dal gracchiare dei corvi, un tempio, i sacrifici, i sorrisi dei bambini che si lavano i piedi nel fiume che trascina a valle immondizia, le preghiere di alcuni e l’ozio di altri all’ombra di un albero. Proprio dietro all’altare un’altra scalinata sale attraverso gli alberi. Decidiamo di seguirla. Siamo a circa mezz’ora di cammino da dove Ras ci attende. Tra la vegetazione una manciata di baracche in legno e lamiera. C’è chi vende fiori, chi qualche genere alimentare, una sorta di bar con un solo tavolino e un altra manciata adibite ad abitazione. Fatico ad immaginare come vivano, cosa provino, ma sembrano sereni, in pace. Certo è distante dalla concezione occidentale, quella di abitare in campagna per esempio, poichè da noi normalmente fino alla casa ci arriveresti in auto, moto o bici che sia. La scalinata diventa sentiero, ma continua a salire sino alla cima di un promontorio dove sorge un altro piccolo tempio. Per quanto abbia viaggiato, la vegetazione e i sentieri nepalesi  (sopratutto nelle zone indu dove altarini e raffigurazioni simboliche sbucano qui e li) sono quanto di più vicino abbia mai visto di persona alle ambientazioni immaginate dai disegnatori di videogiochi adventure. Sbuca un bambino da dietro al tempio: ci chiede se noi siamo i suoi nonni e francamente non ne comprendo la ragione. Avrà confuso le parole inglesi usate per nonni con qualcos’altro. Me lo ripete, specificando nonno e nonna. La giornata inizia a farsi inquietante. Perplesso, torna a divorare una ciotola con quello che sembra essere del riso. Poco più in là una anziana vestita di rosso seduta sotto ad un albero mi fa segno di avvicinarmi. D’accordo. Mi inginocchio. Pronunciando parole incomprensibili e cantilenati mi mette le mani sulla testa, attinge un bastoncino in un impiastro colorato e tamponando con uno straccio mi disegna una Tika rossa e gialla sulla fronte continuando il borbottio. Le porgo un offerta in denaro, pochi spiccioli di carta, che sbatte schifata sul terreno quasi a volerli purificare prima di ritirarli sotto la veste. Ripercorrendo il cammino a ritroso torniamo da Ras. Non parla molto.

Pharping: locale

Pharping: locale

Qualche chilometro e accosta la macchina. Siamo ancora in mezzo alla montagna ma ci indica il fianco della montagna esclamando “Pharping” e facendo segno di scendere. Una singolare grotta naturale in cui fianco a fianco coesistono due templi: uno indu e uno buddista. Inizio a capire che la giornata sarà all’insegna del surreale. Passando a fianco di tre piccoli stagni colmi di Koi (carpe giapponesi,ndr) ecco l’ennesima, ripida scalinata che porta ai due templi. Il primo in cui ci imbattiamo è indu. Essendo gli unici occidentali, l’attenzione si riversa immediatamente su di noi. Il prete, dopo aver controllato che non indossiamo oggetti in pelle, ci “obbliga” ad accendere una grande candela e a pregare. L’approccio non è stato dei più religiosi, tant’è che alla fine dei riti appare chiaro il motivo di tanta insistente premura: bisogna lasciare un offerta, suggerita per altro, perchè quello non è un tempio qualunque. Il tempo materiale di un paio di scatti (che erano stato impossibilitato nel fare) e proseguiamo visibilmente contrariati verso il tempio Buddista. Qui l’approccio è decisamente diverso. I monaci, riuniti in preghiera, dopo essersi sincerati che ritirassi la macchina fotografica e tolte le scarpe con un gesto appena accennato ci invitano a sedere con loro mentre ripetono il più classico dei mantra: l’Om. Ognuno di loro, ha un diverso oggetto o strumento con cui, saltuariamente e in sincronia con gli altri, produce un suono formando una sorta di coro che intervalla le preghiere. Passato un quarto d’ora di misticismo, con l’ espressione di fantozzi che lascia l’ufficio dal mega direttore, decidiamo con uno sguardo reciproco di uscire da li facendo movimenti lenti e oculati, camminando all’indietro, mentre i monaci, imperturbabili continuano le preghiere. Scendiamo lungo un sentiero dove alcuni piccoli “apprendisti” monaci giocano a pallone sino a tornare da Ras, passando di nuovo accanto agli stagni. Straniti e frastornati ripartiamo. In accordo con Ras ci dirigiamo verso Bungamati. È un villaggio newari, ovvero un villaggio formato da persone di un etnia originaria della valle di Kathmandu. Mano a mano che si scende nella valle la strade di montagna si trasformano in larghi sentieri sterrati pieni di buche tra le risaie, tanto da costringerci a procedere a non più di 20 km/h.

Bungamati: l'ingresso alla piazza

Bungamati: l’ingresso alla piazza

Dopo qualche chilometro il driver ferma la macchina e, facendo cenno di scendere, come al solito non ci segue limitandosi ad uno stringato “This Bungamati, i wait”. Seguo un vicolo pavimentato di fango e pietre che ci conduce tra le case sino alla piazza, che in festa. Le case, con i loro proprietari affacciati alle finestre, intorno al tempio centrale sono così antiche che sembrare un set cinematografico. È più spartano, sporco e rurale dell’ immagine che normalmente hai pensando ad un villaggio, non saprei come altro spiegarlo. Le persone che vivono nei boschi lontani da vie percorribili mi avevano lasciato perplesso ma avevano comunque una logica di fondo dal punto di vista di vivere in condivisone e a contatto con la natura. In un villaggio così, in mezzo al fango, è invece più difficile comprenderne le motivazioni per continuare ad abitarci. Non è la povertà che mi stupisce, nel mondo ci sono luoghi peggiori, poveri peggiori è proprio il fatto che non è la povertà a spingerli a vivere così. La concezione occidentale di casa, sia questa una villa o una baracca porta normalmente le persone ad averne cura nel limite dei propri mezzi; lì la concezione sembra esser quella di limitarsi ad avere un tetto sulla testa e delle mura che delimitino ciò che è strada da ciò che è la stanza:  si perchè in una stanza, nella stessa stanza si cucina, si dorme, si stendono le pannocchie o i peperoncini ad essiccare. Involucri di snack e altra immondizia sono sparsi un pò ovunque, e le persone sembrano girovagare, spesso a piedi nudi, senza aver nulla di meglio da fare che sostare, ogni tanto in qualche angolo a scambiare due chiacchere o semplicemente guardandosi in giro. Vivono. Qualsiasi altra attività, persino sistemare il proprio territorio abitativo, sembra essere collaterale, una perdita di tempo, tempo da sottrarre al vivere. Per quanto ne risulti una visione romantica, il risultato ai fini pratici è tutt’altro che piacevole, perlomeno per chi come noi viene da fuori, ma sicuramente caratteristico.

Kokhana: la via principale del villaggio

Kokhana: la via principale del villaggio

Da Bungamati ci spostiamo a Kokhana, un altro vilalggio newari. Qui una maschera danza tra capre, cani, mucche, bufali, anziane, bambini. Alcune donne spelano pannocchie o intrecciano peperoncini sedute a bordo strada, usando la facciata di casa come appoggio per la schiena. Una giornata surreale. Rientriamo nel serraglio di Thamel, una doccia per lavare via gli odori della giornata e ci imbattiamo in un locale israeliano: si entra scalzi e servono pietanze rigorosamente vegetariane; narghilè, luci uv e tavolini a terra. Penso a quanto sia strano, limitandosi anche solo a considerare la valle di Kathmandu, come pochi chilometri dividano innumerevoli modi di vivere, e ora davanti a del cibo caldo e una birra fresca la sensazione è che ciò che mi era sembrata, tre giorni prima, una città caotica e lunge dall’essere vivibile, stasera ha quasi il sapore di casa.

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