Nepal #2: i templi.

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lo stupa di Bouddhanath

lo stupa di Bouddhanath

Suona la sveglia, ma il caos cittadino si fà sentire già da qualche ora. Colazione casalinga nel cortile mentre arriva Madu il driver, è già pronto. Ramiro è stato di parola. Un the nero per non rischiare la tachicardia del “black coffee” e siamo in macchina. Kathmandu è congestionata. Un furgoncino ha perso una ruota, il padrone è fermo in mezzo alla via principale a discutere con una poliziotta e i motorini si riversano tra le macchine come formiche. Madu ferma l’auto in una via secondaria indicandoci la via per il tempio di Bouddhanath. Vuoi perchè è di casa o meglio perchè è indù, lui li ci fa capire che non entra. I grandi occhi del Buddha sui quattro lati dello stupa sembrano seguire ogni tuo movimento già dall’esterno delle mura. Nonostante sia a cielo aperto, varcati i cancelli il caos cittadino si fà ovattato tra il vociferare dei presenti e il suono dalle campane. Una piazza, con ai bordi alcune botteghe e monasteri e al centro il tempio. Tutte le persone vi girano intorno, come consuetudine, in senso antiorario. Tra i gradoni e le aperture del tempio, dove fedeli muovono le ruote, accendono candele e depositano doni pregando, il sacro si mischia al profano: un gruppo di giovani monaci sono radunati per posare intorno a quello che sembra essere una pop star asiatica, poco più sotto un anziano monaco chiede elemosina osservando una vecchia che sfama i piccioni, mentre un calderone d’incenso affumica il branco di cani randagi appisolati al sole. Il tempo qui sembra curvarsi e rallentare. Non solo nel tempio. Sono passate un paio d’ore dall’inizio della giornata e nonostante siamo di nuovo nella confusione del traffico, la percezione è che siano passati diversi giorni dall’arrivo in Nepal. Ritroviamo Madu nella strada laterale ad attenderci tra bancherelle di carne assalita dagli insetti e frutta lasciata al sole.

scorcio della zona sacra di Pashupatinath

scorcio della zona sacra di Pashupatinath

Pashupatinath è la prossima meta. Un tempio indu a pochi chilometri di distanza. Malgrado sia compatibile con la sua religione, il driver rimane in auto limitandosi ad indicare una piccola strada da imboccare che porterà al tempio. L’impatto è decisamente diverso. Rispetto allo stupa Buddhista, già dall’esterno è tutto più esoterico, arzigogolato, fumoso, colorato. All’entrata, da una guardiola, un addetto ci sottolinea il cartello che intima il divieto d’accesso all’area centrale per i non induisti e più in generale il divieto di portare con sè qualsiasi oggetto in pelle o cuoio. Ci affianca Ramis, che offre i suoi servizi come guida in un italiano quasi impeccabile per un nepalese, seguendoci. E’ originario dell’Everest. Non rifiutando il contratto è tacitamente confermato. Ci conduce ad un balconata da cui, tra le mura, si intravede uno scorcio dell’area vietata, una piazza con un tempio enorme e davanti al portone un toro d’orato delle dimensioni di un pullman, il veicolo di Shiva, sottilinea Ramis (il toro, non il pullman, ndr). Facendoci strada tra alcune scimmie ci conduce ad un altra balconata sul Bagmati, un fiume sacro dove alcuni bambini si stanno tuffando mentre sulle sponde sono in corso le cremazioni dei defunti: a destra le caste più basse, a sinistra, divise da un ponte colmo di gente, le caste più ricche. L’odore e il fumo sono forti ma ciò che mi stupisce è la folla di curiosi che assiste. Ramis, dopo aver notato la mia perplessità abbandona l’italiano usato fin’ora per esporre la “lezione” imparata a memoria e inizia a darmi delucidazioni in inglese. La visione occidentale della morte è distante e differente da quella che stiamo osservando, incalza. La morte è parte di tutti gli esseri viventi, è parte della vita stessa, la visione occidentale di protezione e riservatezza in un funerale è distante dalla concezione indù che porta ad assistere ad una cremazione: osservare un corpo denudato, lavato e poi incendiato su di un falò non si tratta di mancanza di rispetto, ciò che và rispettato è lo spirito di un essere vivente non il suo contenitore, ogni essere umano ha il diritto di ottenere consapevolezza di ciò che inevitabilmente, presto o tardi gli accadrà. E’ la natura, il ciclo della vita. a questo proposito Ramis mi fà notare l’allineamento degli undici simboli fallici di Shiva: undici come uno più uno, come l’amore, la coppia, ciò che crea la vita. Non riesco ad aggiungere altro. Annuisco. Mi allontano. Poco distante alcuni santoni, vestiti solo di uno straccio sui genitali e ricoperti di pittura, aspettano di essere fotografati in cambio di alcune Rupie: l’unica fonte di guadagno possibile dopo aver scelto una vita di privazioni alla ricerca dell’illuminazione, scelta che li porterà a non reincarnarsi mai più. In un solo colpo d’occhio, nello stesso campo visivo, appaiono defunti, gente che passeggia, mendicanti, santoni, scimmie, giovani che ascoltano musica, sacerdoti, operai. Chi legge un libro, chi fuma una sigaretta, chi alimenta il falò, chi si lava, chi prega. Incuranti l’uno dell’altro, uniti da un comune senso di appartenenza e dall’occhio di chi osserva quasi a formare la scena di un quadro surrealista. Ramis mi racocnta della sua famiglia, della sua vita e mi regala un bracciale di lacrime di Shiva: un filo che unisce noccioli di un frutto che cresce sui cosiddetti alberi sacri. Per quanto distante dalla concezione occidentale mi sento parte di una coscienza collettiva che concretizza nella religione, oltre il concetto di sacro, sostentamento, presa di coscienza e condivisione. Un luogo spirituale in cui passeggiare tra natura e animali, tra morti e vivi, tra simbologie, preghiere e monumenti. Mi allontano pensando ad un possibile corrispettivo occidentale: impossibile in un unico luogo, ogni cosa davanti ai miei occhi, in occidente avviene distante e dissociata dall’altra. Madu attende all’auto. La sua espressione sembra quella di chi già sapeva che le nostre facce, fuori da li, sarebbero state esattamente così: stupite, frastornate.

Patan: Durbar Square

Patan: Durbar Square

E’ mezzogiorno passato e Madu guida verso Patan. Ci accompagna all’ingresso della città mantenendo la distanza. Mi spiega che le guide locali sarebbero contrariate se ci accompagnasse oltre, quello non è suo territorio di lavoro ne tantomeno il suo ruolo, lui guida. Patan è una vecchia cittadina che si estende intorno alla piazza centrale, la Durbar Square, come in Kathmandu. Sul tetto di un antica locanda ordino ad un cameriere bambino dei momo vegetariani che gusto ammirando affacciato sui templi della zona vecchia. Una casta sta facendo festa: celebrano il più anziano del gruppo trasportandolo in una sorta di baldacchino in legno, lenzuola e fiori mentre un gruppo di donne apre la strada lanciando del riso. Nessun’altro sembra avere nulla di meglio da fare che rimanere seduti sui gradoni dei templi a chiaccherare, fumare, usare il cellulare, leggere o ascoltare musica. Gli edifici centenari, le ricchezze dei templi, gli usi e i costumi locali stanno piano piano e inconsciamente riscrivendo il concetto di normalità nella mente. Tutto è sempre più lento e perdendo la cognizione del tempo percorriamo le viuzze della città fino ad imbatterci nel tempio d’oro: la porta è così piccola da doverci chinare, un altrettanto piccolo ingresso dove lasciare induenti e accessori di cuoio porta ad uno stretto corridoio ed una porta lavorata che danno accesso ad un cortile interno con al centro un enorme tempio completamente d’oro la cui guardiana è una tartaruga di oltre 50 anni. Una signora setaccia del riso, alcuni operai fanno manutenzione alla statua del dio scimmia mentre un sacerdote sistema le offerte all’altare.

Swimbanath: lo stupa

Swimbanath: lo stupa

La vita diurna in Nepal termina presto, si sta facendo tardi ma è l’occasione per vedere un ultimo tempio al tramonto. Madu acconsente di accompagnarci a Swimbanath, un tempio buddista in cima ad una collina, conosciuto anche come tempio delle scimmie, a causa delle decine di esemplari che lo abitano. Gli animali saltano da una pagoda all’altra, camminano tra la gente, caute e curiose ma per lo più incuranti. Da lì si vede gran parte di Kathmandu. Nonostante Madu abbia finito la sua giornata lavorativa e debba tornare a casa dalla moglie, ci lascia vagare un oretta tra i giardini di Swimbanath. Anche qui gli occhi del Buddha sembrano seguire ogni tuo movimento tra i piccoli altari e le colorate preghiere appese sui fili tirati dalla punta dello stupa sino a terra. Si è fatto tardi e dopo che Madu ci lascia alloggio, scegliamo di provare un locale per turisti in Thamel. Un piccolo gruppo suona musica nepalese. Due chiacchere con 2 cognugi spagnoli appena arrivati da Nuova Dheli. La notte tra i vicoli di Thamel lascia spazio a piccoli venditori di droghe leggere, qualche branco di cani randagi e alcuni ubriachi. Kali è sull’uscio che sonnecchia. Sono solo le ventidue ma sembrano essere due giorni che non dormo.

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