Nepal #1: l’arrivo.

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Il volo è stato lungo. L’aereoporto di Kathmandu sembra un capannone abbandonato. Un addetto controlla che le valigie siano effettivamente le nostre, non ho la ricevuta bagagli del volo e lo convinco mostrandogli che i nomi sul biglietto sono gli stessi appiccicati sulle valigie. Fatte le pratiche per il visto cerchiamo un auto. Alcuni cani si aggirano tra i taxi. Fa caldo. Il proprietario dell’alloggio deve aver ricevuto la mia email perchè ha mandato un auto. La guida è all’inglese, il traffico senza regole. Non ci sono stop, ne semafori, ne precedenze. Evitando una mucca, delle moto, alcuni cani e passando da una corsia all’altra arriviamo all’alloggio. La casa è in fondo ad un poco rassicurante vicolo cieco, quelli che normalmente vedi solo nei film. Qui sono state ricavate nove camere e un piccolo dehor, sembra accogliente, sull’ingresso di legno intarsiato c’è Kali, una vecchia cagna nera dagli occhi stanchi. Insieme a lei ci accoglie sorridente Uttam, un ventenne tutto nervi. La camera non è ancora disponibile, ci spiega che è una guida di trekking offrendoci una tazza di the. Frastornati dal volo decidiamo comunque di fare un giro per Thamel, il quartiere accanto, conosciuto anche come il serraglio occidentale a causa della concentrazione di negozi di souvenir e locali più o meno turistici. Nonostante ciò ci ritroviamo a vagare in stradine fangose e maleodoranti, circondati da piccoli altarini su cui vengono fatte offerte. È pieno di cani randagi che vagano, qualche mucca, e molta sporcizia. È il Caos. Gli odori sono fortissimi, spezie, immondizia, carne, incenso, frutta lasciata al sole che colora le bancherelle fatte di lamiera e legno, clacson incessanti ritmati ai campanelli delle bici, polvere e smog. Camminiamo senza meta ne riferimenti, calma: ritorniamo sui nostri passi fino all’alloggio. Nonostante l’infernale chiasso e l’ansia provocatagli dall’impatto iniziale, riesco a convincere Elena che con un poco di sonno si sentirà meglio. Ci addormentiamo in una piccola stanza calda e assolata con un armadio in legno dipinto di Buddha colorati. Un paio d’ore dopo, cartina alla mano, mi inoltro di nuovo tra le stradine di quella che sembra essere una Babele, mentre lei mi segue con occhi un poco impauriti la rassicuro e presi i necessari punti di riferimento nascondo la mappa che attira come lo zucchero con le mosche diversi venditori e guide improvvisate. Sembra che le automobili (tutte anni ’80) siano improvvisamente piombate in una civiltà di 300 anni fa. Non esiste nulla di lineare, le persone camminano in ogni direzione ed in ogni direzione getti lo sguardo c’è qualcosa ammassato a qualcos’altro. I negozi sono piccoli garage ricavati nelle pareti, dozzine di cani dividono la strada con venditori di polli, artigiani, mendicanti, biciclette, risciò, moto, auto, mucche, capre, tappeti, cartelli, poliziotti. Molta gente indossa una mascherina in cotone per ripararsi dallo smog. Da ogni angolo,dalle finestre, seduta sui gradini o sul bordo della strada la gente ci osserva senza mai distogliere lo sguardo. Migliaia di effigi indu e buddhiste, statuette, maschere e bigiotteria strabordano da banchetti che ingombrano il traffico già di per sè congestionato. Inizio a capire che l’immagine della Kathmandu quieta e rilassante che avevo nella mia testa è molto lontana dalla realtà. Ecco Durbar Square. Il centro storico della capitale. Una gigantesca area pedonale colma di templi uno fianco all’altro su cui siedono centinaia di persone di tutte le età. Una ragazza in pantacollant e scarpe da ginnastica sta facendo aerobica proprio sulle scalinate di uno di questi. A parte lei sembra che nessuno abbia nulla da fare qui.  Un anziano ci fà posto, ci sediamo. Un piccolo gruppo di persone è fermo, in piedi, davanti a noi ad osservarci mentre rollo del tabacco per me e per il vecchio. Conosciamo Giapù. Si presenta come guida in un italiano strascicato. Per un paio di euro più una sigaretta accetta di accompagnarci sotto gli sguardi insistenti dei passanti facendoci da cicerone per circa due ore senza però riuscire a vedere la Kumari, la dea bambina segregata in un palazzo che ogni sabato si affaccia dal cortile interno della dimora alla folla a condizione di non essere fotografata. L’impatto, il jet lag e la prima visita alla città iniziano a farsi sentire. Stanchi e allucinati, sotto una fitta e finissima pioggia ritorniamo verso l’alloggio. Kathmandu è difficilmente descrivibile. Ogni senso và in sovraccarico. Una multitudine di cortili, piccoli palazzi, case fatiscenti, baracche e templi addossati l’un l’altro tra stradine tortuose i cui bordi indefiniti si mescolano e si frastagliano, non è inusuale che il traffico sia fermo a causa di qualcuno fermo in mezzo alla strada, di un animale o più semplicemente di un mezzo abbandonato li a tempo indefinito, tra vociare, cantilene e suoni di strumenti in legno orientali che provengono da ogni angolo. Arrivati al vicolo dell’alloggio, Ramiro, il proprietario, ci illustra le possibili attività e i percorsi da intraprendere offrendoci Nepal Ice, una birra locale tutt’altro che leggera. Il piano che mi ero prefissato, circa 400 km corrisponde con la sua idea di ciò che sia possibile fare in una decina di giorni. Contrattiamo quelli che saranno i “driver”  per i giorni futuri.  L’idea di una sola lunga contrattazione a dispetto di averne una ogni giorno con pseudo taxisti di ogni genere per trovare un passaggio non mi dispiace e con l’ausilio della wifi confermo quelli che saranno gli alloggi per i prossimi giorni. Raggiunto l’accordo, bastano un paio di telefonate ed è tutto fatto, perlomeno sulla carta. La contrattazione affama e a pennello Ramiro fa preparare ottimi momo (ravioli al vapore) e dal bhat (riso e lenticchie) sotto due lanterne di carta riso. In fondo Kathmandu non è tutta caotica.

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