L’ospedale di Casale Monferrato non è in Italia.

Pensieri quotidiani Commenta

dottoreDisgrazie o ipocondria ogni tanto mi ritrovo a girare per gli ospedali. È come alle poste: ci arrivo già indispettito. Questa volta ho un risonanza a Casale, mi ci reco. Arrivo, cerco parcheggio. Imbocco l’ingresso. Non c’è ressa. Non vedo code. Che culo. Devo pagare il ticket. Adocchio uno sportello automatico.
Una signora (capisco poi essere della reception), mi si avvicina. Si è alzata dalla scrivania e uscita dallo sgabiotto, ha attraversato l’atrio raggiungendomi per sincerarsi che io non avessi bisogno d’aiuto. Ringrazio, declino l’aiuto e continuo. Mi ha preso per tonto penso. Concludo. Mi aggiro per i corridoi per raggiungere la sala d’aspetto. Mi accolgono con un sorriso.
“Faremo in fretta anche con gli esiti così non dovrà tornare giù visto che viene da fuori” mi dice sorridendo la signora allo sportello dell’ambulatorio.
Mhm… Ho capito. Devo avere un brutto male, mi si legge in faccia, l’hanno capito ancora prima di visitarmi e mi trattano come tale. Non può che essere così. Mi accomodo in sale d’aspetto.
“Ancora un attimo di pazienza signore” dice un altra persona passando di lì 5 minuti dopo.
Devo essere proprio messo male. Eppure non mi sembrava di avere una brutta cera stamane.
Arriva il mio turno. Un giovane tecnico-dottore, mi spiega l’esame, con calma, sorridente. Non ha fretta eppure sta rispettando tutti i tempi, io non ho aspettato e nessuno ho visto lamentarsi prima di me. Faccio l’esame. Mi chiedono gentilmente di attendere un paio d’ore per gli esiti. Dopo circa un’ora era tutto pronto e mi richiamano al cellulare. Con chiunque parli, dottore compreso, rimango basito a non dover strappare una parola in più a nessuno, anzi sono loro a dirti, con calma e gentilezza tutto ciò che normalmente vorresti chiedere. Nel frattempo gli stessi dottori li vedo accompagnare i pazienti dopo di me a braccetto spiegandogli e rassicurandoli sul da farsi. Una ragazza davanti a me, guardandosi in giro, mi chiede sottovoce se fossi di quelle parti aggiungendo “no, te lo chiedo perchè magari per te è la normalità, ma io personalmente non sono mai stata in un ospedale così cortese e professionale”. Annuisco con aria un pò sorpresa.
Ritiro gli esiti, allo stesso sportello che mi aveva accettato. Ringrazio, aggiungendo che quell’ospedale sembra essere di un altra categoria; la signora preoccupata mi chiede se addirittura se stessi intendendo in senso negativo o positivo. Me ne vado con un sorriso leggendo il referto dell’esame ed ecco ricomparire la signora della reception che affacciandosi al vetro del suo sportello mi chiede se l’esame sia andato bene.

Non tutti i lavori sono uguali, non tutte le professioni. Non parlo di stipendi, di fatica ma di aspettativa sociale. Quando mi capita, sfortunatamente, di recarmi in ospedale, l’intoccabilità della classe sanitaria si mostra puntualmente e palesemente in tutta la sua tristezza.
Una delle ultime volte a Borgomanero mi sono ritrovato un assistente ed una tirocinante che scrivendo al cellulare bisbigliavano tra loro, incuranti che io fossi li e quasi indispettite della mia presenza. “Si spogli” mi dissero, ridacchiando poi del fatto che non era necessario che togliessi la camicia (era un esame all’addome, n.d.r.). Aspettavo l’arrivo del medico. Tanto per dire. Nello stesso ospedale  assistei anche ad un via vai di gente in camice dalla porta dell’ambulatorio, di cui solo una intimò “deve suonare” ad un anziano con il bastone che attendeva senza saper cosa fare davanti alla stessa porta, le altre si limitavano a scansarlo.

Personalmente ho molto a che fare con le persone, e benché il mio lavoro non salvi vite, un ritardo, una spiegazione data poco chiaramente, una mancata risposta o semplicemente una brutta risposta sono tutti motivi che creano , come è giusto che sia, disappunto nel prossimo. Come è possibile che chi lavori nella sanità si senta in diritto di atteggiarsi a tal punto dal rispondere male ad anziani, da farti sentire sempre e comunque fuori luogo o semplicemente un povero ignorante. Certo, lavorare con le persone non è facile, con persone come me men che meno, ma se negli ospedali ci siete capitati (non tutti ovviamente) e avete fatto caso al tono e ai modi sapete bene di cosa sto parlando.

Di Casale Monferrato sono rimasto a bocca aperta, talmente stupito da sembrare di non essere nemmeno in Italia. Senza voler cadere nel banale e nei facili discorsi da bar, credo davvero che se tutti gli statali e dipendenti di servizi pubblici, mettessero la metà della voglia e della cordialità delle persone che lavorano in quell’ospedale, ebbene credo senza ombra di dubbio che saremmo davvero un paese migliore.

Dì la tua