Funerale? No grazie.

Indicando con la Pipa Commenta

funeralNon è certo un mistero ma per chi ancora non lo avesse capito io sono ipocondriaco e a tratti superstizioso, per cui vorrei innanzitutto che apprezzassi il fottuto sforzo che mi costa scrivere di funerali e morte perché ogni volta che scrivo dell’argomento mi immagino già i commenti: “pensa te, l’aveva da poco scritto sul suo blog e tac”. Sticazzi. Mi tocco. Due volte, tre. A volte sono così angosciato dall’argomento che chi mi è vicino sa bene (e in ogni caso questo è un modo per ricordarvelo, ndr)  che la mia epigrafe dovrebbe essere “ve l’avevo detto”. Mi ritocco e tocco anche ferro. Due volte, tre.
Dopo la doverosa premessa e gli irrinunciabili scongiuri vorrei iniziare dicendo che rispetto i credi e sopratutto il dolore della gente ma il principale motivo di questo post è che trovo a tratti assurdo il funerale cattolico. Non frequento la chiesa, un po’ perché otto anni di scuola salesiana ti fanno sentire come quelli che “stasera non esco perché ho già dato”, e un po’ perché trovo che andare a messa sia  nell’era moderna abitudine,  ritrovo, sonnifero, showroom di pellicce, esercitazione a ripetere a memoria, pentimento domenicale dopo la serata a trans, insomma tutto fuorché una vera forma di fede, di culto. Malgrado questo mi capita ancora di assistere alle messe, si, ai funerali, perché lì ci vado, alla maggior parte per lo meno: sarebbe alquanto inopportuno e borioso dire ad una persona in lacrime una cosa che suonerebbe più o meno come “ehi ciao, ho saputo, condoglianze e…ehm… non vengo al funerale poiché, visto che è cattolico, sai, lo trovo assurdo e inutilmente straziante per entrambi”.
Questo per dire che scrivo con cognizione di causa, perlomeno per evitare che mi si dica “ma se non ci vai cosa critichi”, che poi che cacchio te ne fregherà a te, ma comunque non amo parlare per partito preso.
Per fortuna architettonicamente adoro le chiese per cui riesco sempre a distogliere i pensieri da ciò che tanto mi innervosisce: il culto stesso (di cui si può tranquillamente fare a meno nel compiangere un defunto).
Il culto, dicevo. Partiamo dal presupposto che io porti un giorno in chiesa Frizzy, il mio amico alieno (se qualcuno della CIA sta leggendo, si è immaginario): ha letto molto su questo mondo ma in maniera generale, perciò non conoscendo tutto, piano piano, gli sto mostrando nel dettaglio le cose più caratteristiche dell’umanità e del pianeta (sempre se te lo stai chiedendo: no, quella ancora non gliel’ho fatta conoscere, prima la chiesa, meglio). Ora, da subito, varcando le porte della chiesa inizierebbero le grane:
– “Quello chi è, Dio?”
– “No quello è suo figlio”
– “Ah, ma quindi venerate suo figlio?”
– “Si anche”
– “Quindi siete politeisti”
– “Mhm, no, sono la stessa cosa, in teoria, insieme allo spirito santo”
– “Ah sono tre dei?”
– “Non proprio, una trinità”
– “E quella è la terza?”
– ” No quella è la madonna, la madre di quello in croce”
– “La moglie di dio allora”
– “No, lei era umana, dio no”
– “Ah, e di questo dio non avete nessuna raffigurazione?”
– “No”
-“E come fate ad adorarlo se non sapete come è fatto?”
-“Fa niente, dio è in tutte le cose”
-“Ah animisti, giusto?”
-“Non proprio”
-“Mhm”
Insomma nel giro di 5 minuti Frizzy sarebbe un alieno quanto meno confuso. Tutta la funzione sarebbe una continua domanda:
“Cosa mangiano?”
“Il corpo di cristo”
“Voi mangiate uno dei vostri dei?”
“È simbolico”
“Non dev’essere buono, hanno tutti delle facce scure”
In effetti sembra che la gente, durante l’eucarestia, si trasformi nella persona più timorata della terra, dovrebbe essere un momento di gioia, io credo, partecipare alla condivisione del corpo del proprio dio, e invece la stessa persona che un’ora prima ti ha insultato in macchina torna a sedersi con l’ostia appiccicata al palato tenendo le mani giunte, chinando il capo, addirittura tenendo le spalle curve, i passettini corti e composti, lo sguardo serio e penitente, quasi a voler trasmettere a tutti i costi un’immotivata santità.
Ma i funerali, dicevo prima, quelli si che superano l’assurdo.
Il dolore per la morte di una persona cara è universalmente considerato un momento di estrema fragilità in una persona, perché costringerla a stare in una chiesa, vestita bene, ad ascoltare la predica di un prete, con quel tono tipico da prete, dalla cadenza lenta (non ho mai ascoltato un prete che predicasse con un tono diverso da un altro) il fatto che parli di risurrezione dovrebbe lenire il dolore? Allora perché non parlarne seduti sotto ad un albero, contemplando la natura piuttosto che costretti in abiti scomodi su banchi di legno altrettanto fastidiosi quando in realtà si vorrebbe piangere in santa pace!? Oltre al dolore, il disagio.
Pensando a quando toccherà a me, io un funerale così non lo voglio. Perché invocare santi di cui a malapena ricordo il nome a pregare per me? L’unico modo per onorare una persona che non c’è più è parlarne, ricordare, condividere. Sapere che le persone che lascerò qui non avranno altro che una fila di gente a stringergli la mano dicendo “condoglianze” è triste, per loro, per me. Io vorrei si parlasse di me, si ricordasse, magari anche ridendo ciò che sono stato. Foto, musica, interessi, storie. La maggior parte delle persone che assistono ad un funerale non sanno nulla degli ultimi anni di vita di quella persona. Dove andava? Cosa guardava in tv? Come gli piaceva mangiare? Hai mai provato ad andare ad un funerale immaginando sia il tuo? Io si. Spesso. Ho capito, negli anni, che gli stessi cattolici, si costringono a vestire un ruolo che istintivamente non gli appartiene come esseri umani.
Un giorno immaginando, come spesso accade dicevo prima, che fosse il mio di funerale, e guardandomi intorno all’interno della chiesa noati i famigliari isolati al primo banco, poco dietro tutto il resto della gente, in silenzio, ad ascoltare un prete parlare di immortalità, qualcuno in lacrime, qualcun altro scomodo, chi visibilmente triste ma anche annoiato. Mi spostai fuori dalla chiesa. C’era il solito gruppo di persone parlottava: quelle che normalmente si considerano maleducate, è vero, di solito parlano del più e del meno, e anche quella volta lo stavano facendo ma erano anche le uniche che avessi, in quel giorno, sentito parlare di qualcosa inerente al defunto che non fosse la causa della morte o semplici parole di cordoglio. Il prete aveva appena accennato alla fortuna del defunto che in quel momento, a differenza dei presenti, stava contemplando il volto di dio. Ora io non mi ritengo cattolico (se non in termini culturali) e il giro di parole usato dal prete, noiosissimo e con tono impropriamente a metà tra il sommesso e il serioso ne aveva smorzato la potenza, ma con quella frase aveva appena dato un messaggio rassicurante: il defunto stava meglio dei presenti, e in effetti qualsiasi cosa in cui si creda, sarà la morte a svelarne il mistero, e che ad una persona cara, misteri e dolori siano svaniti, è una cosa bella; vero rimane il dolore per averla persa, ma bisognerebbe festeggiare gioendo per lei che ha raggiunto un traguardo, come il collega con cui hai condiviso anni di lavoro che se ne va in America a lavorare e non tornerà, come una fidanzata che ti lascia per inseguire una passione in capo al mondo, come l’amico che si sposa e andrà a vivere all’estero. Negli addii, in generale, ci viene naturale malgrado la tristezza fare una festa, perché la festa vuol dire ritrovarsi, ricordare, rimpiangere e farsi forza insieme, persino per chi lascia, per chi parte è bello vedere di essere la causa che riunisce e unisce persone e dall’unione possono nascere sentimenti, sorrisi, emozioni e perché no magari amore. I funerali dovrebbero essere proprio così, una festa. Ci si dovrebbe poter anche innamorare ai funerali. Il dolore non si accarezza, non si compatisce, una persona che ha perso qualcuno ha bisogno di smaltire il dolore, magari di ridere, di svagarsi, di essere rassicurata, di vedere quante persone sono li per lei non per il defunto, ha tutta la vita per compiangere, magari in modo intimo non dentro ad una chiesa a ripetere preghiere a memoria.
La fede è grande aiuto nei momenti di dolore, ma non quando è un rito obbligatorio come ascoltare un intera funzione o le parole omologate di un prete.
Un defunto, se potesse sbirciare al proprio funerale, vorrebbe sentir parlar di se, assicurarsi che ci sia qualcuno disposto a prendersi cura di chi è rimasto; se fossi tu dall’altra parte, ai tuoi occhi, chi sarebbe più ipocrita? chi piange durante la funzione e dopo il funerale ringrazia che sia durato poco? oppure chi la funzione non l’ha nemmeno sentita, ha passato il tempo fuori dalla chiesa a fumare, a ridere, a scherzare, magari trattenendosi al bar di fronte alla chiesa, ma parlando di te con chiunque incontrasse, e ai tuoi cari al posto di “condoglianze” ha raccontato un episodio che ti riguardasse?
Un sorriso, una battuta, il piacere di ritrovare un vecchio amico, non dovrebbero essere cose da nascondere ad un funerale, la morale comune, la chiesa, ci ripetono di non temere la morte ma in una costante atmosfera di tristezza e tormento, la verità è che i funerali dovrebbero servire a noi vivi per condividere i ricordi, ai parenti del defunto a ricordargli che non sono soli, a risollevare gli animi non a contribuire ad una giornata, obbligata, di tristezza. Il rispetto non è mostrare lacrime e tristezza, in un abito elegante, in una posa composta, il rispetto è contribuire a non dimenticare, ad arricchire il ricordo, a raccontare le imprese fatte in vita di chi ormai non c’è più.

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