Credo che le formiche corrano

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Xixi-Wang-2015-Olio-su-tela-Microcosmo-in-Piatto-Qinghua-40cm-x-40cmFumavo una sigaretta guardando un marciapiede assolato. Quei momenti in cui la mente sembra essere totalmente sgombra ma in realtà è troppo stanca per far si che i pensieri non scoppino come bollicine risalendo dal fondo dell’inconscio alla superficie dell’attenzione, per cui mi limitavo ad osservare disinteressato quell’impasto di calcestruzzo, cemento, sassi e muschio sotto di me. Nonostante si trattasse di un blocco inanimato caldo e arido dal sole non mi trasmetteva immobilità, ma caos. Era costellato di insetti e animaletti: formiche di varie dimensioni, una lucertola, un ape improvvisamente atterrata, piccoli cadaveri di altri insetti, pullulava di vita e di morte. Così iniziai ad osservare una formica con attenzione: camminava dando l’impressione di avere una direzione precisa: mano a mano che la guardavo il mio campo visivo filtrava il resto del mondo e mi immedesimavo sempre di più nella visione di quel piccolo microcosmo. L’impasto di cemento e sassi ora assomigliava più che ad un marciapiede ad una superficie chilometrica, tutt’altro che piatta: voragini, altipiani di muschio, piante e un sacco di esseri viventi. Proiettando nella mia osservazione le dimensioni della formica proporzionalmente al suolo era chiaro che più che camminare stesse correndo in un deserto roccioso, ed a grande velocità per giunta. Come lei altre decine di formiche percorrevano quella landa desolata quasi post apocalittica, avevo dimensioni e caratteristiche differenti: una decisamente più grande percorreva a ritroso lo stesso cammino con andatura lenta, più avanti una più piccola e affusolata trasportava un ala di un insetto che a causa della brezza delle forti folate di vento la costringeva a fermarsi di tanto in tanto per non essere trascinata via da quell’enorme ala che fungeva da vela. Riportando lo sguardo ad un livello più macroscopico quel caos aveva preso un senso: ognuno di quegli esseri viventi stava conducendo la sua esistenza consapevole di ciò che c’era intorno ma con tutta probabilità non consapevole di me poiché mi sporgevo da una finestra senza che i miei piedi toccassero quel deserto roccioso. Avevo la sensazione di essere omnipresente nel loro piccolo mondo, elevato tanto da poter osservare a differenza loro la fine di quello che per me era un semplice marciapiede comprendendo che non poteva essere un concetto presente nelle menti di quei piccoli esseri, complesso e incomprensibile poiché fumando stavo facendo qualcosa di inesistente nelle loro esistenze, potente perché potevo irrompere in ogni momento su quella scena, impotente perché malgrado la mia evidente superiorità non avevo modo di comprendere pienamente tutte le dinamiche che muovevano le loro vite. “Sto probabilmente sperimentando ciò che un possibile dio sperimenta affacciandosi sulla terra” pensai. Avrei potuto calpestare, rinchiudere, spostare, spaventare, nutrire o proteggere ognuna di quelle creature ma mai avrei potuto conoscerne i dettagli: con chi vivevano, con chi non andavano d’accordo, di chi avevano paura e perché? Quanto dormivano e lo facevano veramente o soffrivano d’insonnia? Chi aveva figli? Quanti? E fratelli? Genitori? Dov’erano.
Superiore, potente eppure escluso, chiuso fuori da quel cosmo, non per mio volere bensì poiché incapace di comprenderne le dinamiche più piccole: eravamo nello stesso luogo, appartenente allo stesso mondo, nello stesso momento ma su piani fisici e metafisici troppo distanti per poter dialogare.
Tutti si muovevano, e osservandoli la velocità del tempo sembrava mutare: i miei movimenti, anche i più piccoli, mi apparivano lenti e giganteschi. Ognuno sembrava sapere cosa stesse facendo, dove stesse andando, ognuno di quegli esseri sembrava essere mosso da uno scopo. Pensai alla mia giornata, a cosa avessi fatto quel giorno, alla mia vita: ogni mia azione era in funzione di uno scopo, uno scopo generato dalla mente oppure dai sentimenti, oppure dalla necessità, uno scopo che mi portava a fare azioni che avevano di fondo un fattore comune il ragionamento, il raziocinio ma quegli esseri per quanto determinati non disponevano di facoltà mentali umane. Da cosa erano mossi? Solamente dall’istinto? Inconsapevolmente guidati dal loro DNA? Come ogni giorno mi ero svegliato per recarmi al lavoro grazie al fatto di aver puntato una sveglia, l’umore era basato sui giorni precedenti, quel giorno non avevo voglia di lavorare ma sapevo che dovevo farlo poiché parte del meccanismo che mi permetteva di vivere, avevo percorso chilometri in auto, mi ero portato una spremuta poiché sapevo mi sarebbe venuta sete al lavoro, e alcuni spuntini per placare la fame, ero andato a correre per mantenermi in forma sapendo che era l’unico modo di contrastare una vita sregolata… ogni istante della mia vita era e continuava ad essere guidato dal ragionamento, dalle tensioni verso cose e persone, dalla logica, dai pensieri.
Quella formica trasportava un grosso carico, probabilmente destinato ad una scorta o a sfamare qualcuno ma perché lo facevo? Immagino che le formiche non usino ringraziarsi, ne tantomeno sappiano cosa significa il senso di soddisfazione, e la gratitudine? La frustrazione? La gioia? Il dolore? Eppure vivevano vite intense. Partendo dal presupposto che il cervello pensante è caratteristica umana, mi apparve improvvisamente straziante un’esistenza mossa dall’istinto e priva di qualsiasi costrutto mentale. Eppure stava avvenendo sotto i miei occhi. Da millenni. Così iniziai a chiedermi come sarebbe stato ripercorrere la mia giornata, la mia vita escludendo i sentimenti, le emozioni, i pensieri: probabilmente avrei fatto le medesime scelte o forse no. Di certo mi sarei nutrito. Avrei corso. Forse non avrei lavorato in un ufficio ma avrei prodotto qualcosa che mi sarebbe servito per la sopravvivenza. Poi un pensiero improvviso si schiantò sulla superficie della mia mente come un fulmine durante una tempesta su di in un albero in campo aperto: e se ciò che credo essere il mio volere, le mie scelte, la mia logica, se ciò in cui tanto mi identifico, la mente, i pensieri, se il raziocinio umano non fosse altro che l’illusione di poter scegliere, uno strano meccanismo della natura per far credere all’essere vivente più evoluto di essere padrone della propria vita anziché viverla guidato dall’istinto. L’istinto di sopravvivenza. Se ogni scelta fosse in realtà frutto di un finissimo e incontrollabile meccanismo di sopravvivenza che istintivamente porta ogni essere a compiere determinate azioni? Se ogni ragionamento non fosse altro che l’illusione di pensare, decidere, scegliere di fare ciò che in realtà il nostro DNA, le nostre cellule sono programmate per fare?
E l’amore? Un calcolo probabilistico che porta l’essere umano a scegliere un partner il più compatibile possibile con la procreazione ai fini della continuità della specie umana? E l’amicizia? E il lavoro?
“No io sono le mie scelte”, pensai, dando un lunga boccata di tabacco.

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